Sono davvero moltissimi i brani della musica classica ispirati al meteo: sinfonie, opere, pezzi da camera, suite, balletti. In cima a tutti svettano sicuramente Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi. Si tratta del primo, vero esempio di “musica a programma”, ossia di quella musica scritta per orchestra con lo scopo di “narrare” attraverso i suoi eventi esterni. In particolare, molte sinfonie classiche, musiche da camera e canti popolari hanno proprio utilizzato tecniche strumentali e vocali per descrivere i rumori tipici dei fenomeni meteorologici. Le quattro stagioni di Vivaldi sono quattro concerti per violino e orchestra. Ogni concerto si divide in tre movimenti, e si riferisce a una delle quattro stagioni: Primavera, Estate, Autunno e Inverno.

L’Inverno è descritto con tinte scure e tetre al fine di evocare l’azione della pioggia e del vento gelido. Al contrario, l’Estate presenta toni accesi e drammatici per evocare l’oppressione del caldo o la violenza dei temporali in azione. Molto più morbidi i toni dell’Autunno, mentre la Primavera sprizza vita e gioia da ogni nota. Ogni stagione è preceduta da un sonetto scritto in lingua italiana, di cui non si conosce però l’autore.

Sempre restando in ambito classico, non si può dimenticare la titanica Sesta Sinfonia, detta “Pastorale” di Ludwig van Beethoven (si tratta della sinfonia in Fa maggiore op.68, composta in contemporanea, tra il 1807 e il 1808, con la Sinfonia n. 5 in Do minore op.67). Il compositore, all’epoca della sua stesura, passava molto tempo in campagna e ne era affascinato. Lo stare a contatto con la natura lo colpiva nell’intimo, dandogli profondo piacere e grande gioia di partecipare in prima persona alla vita campestre, cercando in essa il raggiungimento della pace. Beethoven volle mettere un sottotitolo all’opera, che chiamò appunto “Pastorale“, così come aveva fatto anche precedentemente con la Sinfonia n.3 in mi bemolle maggiore op.55 “Eroica”. Per evitare però dubbi in merito al fatto che i temi della sinfonia non erano per niente descrittivi, aggiunse al sottotitolo: “Più espressione del sentimento che pittura dei suoni”. Ed è con questo spirito che Beethoven compose la Sinfonia. Particolarmente significativo per quanto riguarda il meteo, in questa composizione, è il IV movimento (allegro) detto “Il temporale”:

Si tratta proprio dell’imprevisto scatenarsi di una tempesta: il realismo, qui, diventa imperante con il prorompere dei timpani, delle trombe e dei tromboni, tutti strumenti utilizzati sapientemente con i bassi che avvisano dell’arrivo della tempesta, il calare e scendere della musica fino all’innalzamento finale, per poi scemare man mano con il ritorno della calma. In questo movimento si sente tutto il romanticismo di Beethoven e la grande capacità di utilizzare il materiale sonoro per descrivere eventi ed emozioni.

Vi è poi Fryderyk Chopin, con il suo Preludio della goccia di pioggia op. 28 n. 15, pura descrizione del rumore di una goccia d’acqua battente con un incessante ribattuto su pianoforte. È interessante notare come, generalmente, il fenomeno meteorologico che più spesso viene rappresentato in un brano di musica classica è la tempesta, presumibilmente quale allegoria della turbolenza emotiva del compositore.

Il vento risulta invece essere il secondo elemento più utilizzato. Esso può avere una varietà di applicazioni: da una leggera brezza che provoca il fruscio degli alberi, come all’inizio del terzo movimento della Symphonie Fantastique di Hector Louis Berlioz, ad una vera e propria tempesta antartica, come nella Sinfonia Antartica di Vaughan Williams. Col passare del tempo, l’evoluzione della ricerca di suoni che si avvicinino il più possibile a quelli della natura si affina sempre maggiormente.

È curioso notare come Richard Wagner associasse le condizioni di maltempo alla disoccupazione: “Questo è tempo terribile – scriveva il compositore-. Il mio lavoro è stato messo da parte per due giorni e il cervello è in declino. Non riesce ostinatamente ad adempiere i suoi compiti.” Ancora meteo nella Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss (alcune parti hanno titoli come “Sale la nebbia”, “Piano piano il Sole si oscura”, “La calma prima della tempesta” e “Tuoni e tempesta”). Se già Beethoven era descrittivo, qui siamo all’apice. Per raggiungere questo risultato Strauss è ricorso a un organico ampio, introducendo pure strumenti come la macchina del vento (detta anche eolifono) e la macchina del tuono. Le tempeste compaiono anche nella celebre opera di Giuseppe Verdi, Otello (1887). Un’altra violenta tempesta si scatena anche nell’ouverture del Guglielmo Tell (1829) di Gioacchino Rossini, stemperandosi però poi in una bucolica pace prima dell’impetuosa cavalcata finale. Avvicinandosi a noi, vanno citati i Four sea interludes dall’opera Peter Grimes di Benjamin Britten e la Moldava (1874), opera sinfonica di Bedřich Smetana. C’è chi sostiene che, mentre nei secoli scorsi moltissime composizioni classiche furono ispirate ai fenomeni meteorologici, in futuro la musica si ispirerà ai cambiamenti climatici. Chissà. Sentire per credere.

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